Trieste, o cara… (post dedicato agli ex-SSLMIT, ma anche no) – prima parte

Giovedì 21 marzo, secondo giorno di primavera, sono andata a Trieste. In treno, come sempre, sono in balia delle immancabili rotture del “materiale rotabile” che compone il treno e delle rotture delle gonadi che ne consegue. Oggi è stato superato ogni record, il treno è arrivato già rotto in stazione e a Terme Euganee ha finito il servizio. Poi c’è l’obbligatorio cambio a Mestre, una stazione tra le più squallide del pianeta. Già sono non-luoghi abbastanza deprimenti, le stazioni e Mestre ce la mette tutta per vincere il concorso di bruttezza per luoghi ferroviari. In più è frequentata da gente di m**** a qualsiasi ora del giorno e della notte e anche in pieno giorno si ha la sensazione di essere in una terra di nessuno, spiati e osservati sotto forma di viaggiatore borseggiabile da occhi attenti ma defilati. Vabbè, per fortuna il treno è in orario e si parte subito.

quasi due ore per percorrere 150 km

Venezia Mestre – Quasi due ore per percorrere 150 km

Arrivo a Trieste Centrale in orario e, anche se la stazione ha subìto un restyling che la fa assomigliare a un centro commerciale, la parte più antica è sempre gradevole, con le porte di legno e le maniglie di ottone perfettamente lucidate. Trieste Centrale è l’unica stazione che conosco dove si sente odore di ammorbidente e non di disinfettante economico (se va bene) oppure di piscio, fumo e sporcizia generica (situazione olfattiva standard).

Davanti alla stazione, in Piazza della Libertà, c’è una statua di Sissi, che, con portamento altero, volta le spalle alla stazione e come dame di compagnia ha un gruppetto di signore, cariche di “Yugo Taschen” dall’aria molto balcanica che si scambiano fitte confidenze in una lingua piena di affricate postalveolari sorde (si vede che ho studiato fonetica, eh?) .

nessun titolo altisonante, solo Elisabetta

nessun titolo altisonante, solo Elisabetta

Sbrigata in mezz’ora la faccenda ufficiale per la quale sono andata a Trieste, mi sono poi dedicata al vero motivo della gita: cazzeggiare senza meta in giro per la città. In realtà, di mete ne avrei fin troppe, per cui inizierò a camminare e mi farò trasportare dal ghiribizzo del momento.

Le auto parcheggiate sui binari del tram di Opicina all’inizio di via Martiri della Libertà, la mancanza dello stesso alla stazioncina di Piazza Oberdan, mi fanno venire un sospetto tremendo: vuoi che, in questi tempi di tagli e riduzioni di costi, sia stato abolito? Il solo pensiero mi mette una tristezza senza fine. Per fortuna, leggo da un avviso, la linea è in manutenzione straordinaria e il trenino ritornerà a breve. Sotto l’avviso, un altro messaggio di disaffezione verso la politica italiana e di nostalgico affetto per la grande K.u.K. Doppelmonarchie.

messaggio in codice

messaggio in codice

Passeggio per via Carducci, trafficata e rumorosissima, in una tarda mattinata tiepida, soleggiatissima e senza bora. Quasi quasi mi dispiace, che non soffi, violenta e imprevedibile, ma posso dire di aver già dato, sotto questo profilo, in termini di lenti a contatto perse, scivolate sul ghiaccio e via dicendo,  per cui penso che va bene anche così.

In via Carducci c’è il negozio Godina, che all’inizio chiamavo, da brava veneta, Godìna ma presto ho capito che si dice Gòdina. In realtà è più di un negozio, è un grande magazzino con firme prestigiose – e molto costose – ed è forse questo il motivo per cui da studentessa non ci ho mai comprato nulla. Poi c’è l’insegna, che mi lascia perplessa: perché tra un “Godina” e un altro, c’è un “Tom”? Che cosa significa, qualcuno lo sa?

Godina, Tom, Godina (altro messaggio in codice?)

Godina, Tom, Godina (altro messaggio in codice?)

Sempre su via Carducci, c’era un ristorante che aveva come avventore fisso uno dei tanti professori della SSLMIT, il quale soleva invitare a pranzo gli studenti che gli stavano più simpatici. Andare a pranzo al Bagutta Triestino era come una specie di investitura ufficiale, un trattamento riservato a quegli happy few che ricadevano nelle grazie, a dirla tutta, un po’ umorali, del docente. Un giorno gli eri simpatico, il giorno dopo non ti guardava in faccia. Colpa della gotta che lo affliggeva con insistente perseveranza o delle poor performances dello studente in cabina? Ad ogni modo, il locale adesso odora di gelato fritto, di involtini primavera e di tofu. E il professore, amante della cucina regionale, come avrà risolto il suo problema di nutrizione?

Sign of the (bad) times

Sign of the (bad) times

http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2011/08/23/news/il-bagutta-triestino-chiude-si-ricomincia-dalla-gestione-cinese-1.783767

Con questa domanda che senza dubbio assillerà  le mie notti, proseguo questo pellegrinaggio spirituale e arrivo dopo pochissimi passi in piazza Goldoni, “Condom Square” come l’ha definita una mia elegantissima e raffinatissima compagna di appartamento e lì non ho potuto esimermi dall’ammirare “la” 29, ora in versione high tech, che tante legioni di noi studenti ha portato su e giù da via D’Alviano.

"signora, per favor no la me sburti"

“signora, per favor no la me sburti”

La passeggiata lungo via Mazzini mi porta in zona Piazza Borsa, dove trascorsi, secoli fa, un interminabile pomeriggio nella speranza di vedere quel figo stratosferico di Sting che, nei panni di attore, stava girando “Giulia e Giulia” diretto da Peter Del Monte. Risultato: ho visto Kathleen Turner girare almeno venti volte la stessa scena, di Sting nemmeno l’ombra. Chissà se anche lui è andato a fare uno spuntino nel vicino buffet, recensito anche dal New York Times. Certo non è che devono essere gli ammeregani a dirci che qui si mangia bene, ma si sa, il lustro che porta una recensione che viene da oltreoceano ha più peso del consiglio dell’amico che, magari, a Trieste ci vive e che frequenta il locale da quando che “jera muleto”.

http://travel.nytimes.com/2007/05/20/travel/20Bite.html?ex=1180238400&en=bc28f956b7076c9c&ei=5070&emc=eta1&_r=0

Ad ogni buon conto, le pietanze che propone questo buffet sono notevoli. Come dice un mio caro amico, “il mio regno per un po’ liptauer di Pepi”. Concordo in pieno, un passaggio da queste parti è de rigueur.

"il mio regno per un po' di liptauer"

“il mio regno per un po’ di liptauer”

[fine prima parte]

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Una risposta a Trieste, o cara… (post dedicato agli ex-SSLMIT, ma anche no) – prima parte

  1. Ella von Matsch ha detto:

    Ti dirò: sono 13 anni che mi sono laureata (ultimo anno del vecchissimisssimo ordinamento, ma ho fatto in tempo a vedere la sede nuova!), ma a Trieste non ci ho mai più messo piede. E nostalgia non ne ho.
    Però se dovessi mai tornare, manderei affan**** un po’ di docenti.

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