Trst je naš – Quattro babe alla ri-conquista della città

Playing Tetris With the Sky

Playing Tetris With The Sky © Giuseppe Marone

Vecchio post ritornato d’attualità.

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Sabato 22 ottobre 2011 – Torno sempre molto volentieri a Trieste, in particolar modo quando il motivo della visita è una riunione di vecchie babe. L’incontro era stato programmato già da maggio e dato che il mio orizzonte temporale si estende al massimo per una settimana, ero quasi certa che qualche imprevisto avrebbe mandato a ramengo la rimpatriata. L’inconveniente è effettivamente arrivato, ma è stato anche dribblato in modo fortunoso, ma in questa sede non rileva.

A Trieste vado sempre in treno, per comodità logistica e perché è sempre stato così, dalla mia primissima visita, in tempi non sospetti, e perché arrivarci col treno è una specie di rito, sempre uguale e sempre diverso. Fino a Cervignano il paesaggio è così familiare che preferisco mettere il naso tra le pagine di un libro o ascoltare la musica a occhi chiusi: campi e campi perfettamente arati, intervallati da pioppete regolarissime, qua e là case coloniche dalle lunghe barchesse piene di attrezzi. Ho preso così tanti treni che la successione delle stazioni è una filastrocca che mi è entrata in testa e non ne uscirà più (Mestre, San Donà di Piave, San Stino di Livenza, Portogruaro, Latisana, San Giorgio di Nogaro, Cervignano, Monfalcone. Le Ferrovie dello Stato devono essere molto grate ai santi, forniscono un discreto numero di nomi alle stazioni). Ma dopo Monfalcone, smetto di leggere o di ascoltare la musica e con la fronte incollata al finestrino, mi godo lo spettacolo. È sempre stato un momento che custodisco per me sola, venti minuti in cui la mente si svuota e gli occhi si riempiono di meraviglia.

Da Duino in poi il treno passa sopra le falesie, sopra la striscia di vegetazione ostinata e aspra del Carso che gradualmente si assottiglia per far posto al mare, appena increspato dalle raffiche di bora (oggi nella sua variante “scura”): un enorme panno di velluto azzurro accarezzato da una miriade di dita invisibili. All’altezza di Barcola il treno si inclina in modo preoccupante sul fianco destro e attraversa il quartiere come se fosse “un fondale di una commedia in cui non succede nulla” (cit.). Una volta superata Barcola, rallenta e si insinua in stazione. Per una magia che finisce, ne inizia subito un’altra. Dalla Piazza della Libertà, che ospita una statua di Sissi, giusto per far capire che qui sono appena appena nostalgici, prendo a destra per le Rive e a piedi vado verso via Felice Venezian, in Cavana, dove mi aspettano le altre tre babe. La bora invece mi viene incontro subito, mentre passo in mezzo a una comitiva di ungheresi, capitanati dalla professionale guida munita di bella bandierina d’ordinanza. Si muovono timorosi come se fossero ancora sudditi di Kaiser Franz, oppure è solo una mia impressione perché sono appena calati dal pullman, assonnati e intorpiditi. Mentre cammino verso le mie amiche penso al motivo per cui siamo qui – una è venuta apposta dalla Norvegia, per un’altra è la prima volta che ritorna a Trieste dopo vent’anni e più, un’altra ancora si è ritagliata un po’ di tempo tra i suoi mille impegni lavorativi – e davvero non so darmi una risposta. I casi della vita ci hanno sputato in diversi angoli del mondo, ci hanno accarezzato e preso a calci con democratica casualità, abbiamo avuto percorsi di vita diversissimi però oggi siamo qui, anche solo per un giorno e mezzo. A elencarli, i motivi di questa riunione sembrano – e forse lo sono – inconsistenti. Allora mi viene da pensare che siamo qui, nella “nostra” città, semplicemente perché ci vogliamo bene. Niente di più e niente di meno. E anche perché amiamo questa città quasi come se fosse una persona.

Dopo gli abbracci e i baci di rito (e anche qualche furtiva lacrima: ebbene sì, con l’età il topo morto che ho al posto del cuore comincia ad avere qualche sussulto) ci siamo riappropriate della città: le vie strette dietro al palazzo Cheba, a curiosare e a “bazilar” tra i banchetti dei rigattieri e dei librai, su per piazzetta Barbacan e via della Cattedrale per arrivare proprio in fronte a San Giusto mentre ci raccontiamo le nostre vite attuali, inframmezzate dai ricordi che inevitabilmente affiorano passo dopo passo. E poi giù, passando per piazza Torcucherna, dove, nel locale omonimo, legioni di studenti sono andate a festeggiare, a consolarsi o semplicemente a cazzeggiare. E così per tutto il giorno, in scorribande a Ponterosso, in Borgo Teresiano, in piazza Goldoni – se dovessimo sommare il tempo che abbiamo speso ad aspettare “la” 29, penso che ammonterebbe a un terzo di corso di laurea – alla riscoperta di una città che abbiamo visto con occhi di ventenni. A me Trieste sembra sempre nuova, sempre affascinante e sempre accogliente, anche se il periodo universitario non è stato esattamente una passeggiata di salute. Forse è stata proprio la città che mi ha addolcito le amarezze, che mi ha dato forza e consolazione nei momenti in cui pensavo di non farcela, quando vedevo che tutti (o quasi) sembravano andare avanti dritti come fusi mentre io arrancavo con la lingua di fuori.

Non c’era tristezza che non venisse mitigata dalla vista di un tramonto dal molo Audace o dalla Napoleonica, non mi ricordo di nessun dispiacere che abbia resistito alla terapia d’urto di una sana corsa da Barcola a Miramare (se ricordo bene, almeno quattro chilometri solo andata). I dispiaceri non amano la le lunghe distanze, hanno il fiato corto e ti abbandonano presto.

Penso che Trieste abbia un luogo adatto per ogni stato d’animo: forse siamo andate fino a lì per controllare se quei luoghi esistevano ancora come ce li ricordavamo, per vedere se la “nostra” Trieste, quella delle emozioni e dei sentimenti, c’era ancora.

Adesso che ce ne siamo sincerate, ritorniamo alle nostre vite.

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4 risposte a Trst je naš – Quattro babe alla ri-conquista della città

  1. Ella von Matsch ha detto:

    Per me invece è stato tutto il contrario: a ogni dispiacere la città contribuiva a darmi il colpo di (dis)grazia. Ricordo che la tratta che porta da Mestre a Trieste per me era una via crucis. La gola mi si chiudeva sempre un po’ di più a ogni fermata verso la città alabardata.

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    • lonza65 ha detto:

      Ella,
      intanto grazie per la lettura del mio blog. Mi dispiace che tu abbia un brutto ricordo di Trieste. Per me gli anni di università non sono stati per niente facili, conservo ancora (nonostante siano passato vent’anni) un odio feroce verso gran parte del corpo docente, molti professori erano/sono incompetenti e quasi tutti boriosi e sprezzanti. Però la città mi ha consolato tante volte. E con la sua bellezza austera mi ha addolcito molte amarezze gratuite dispensate a piene mani dai professori.
      Per altri ricordi sulla SSLMIT, se hai voglia e tempo, leggi qui http://issuu.com/sslmit30/docs/sslmit30 – Ce n’è per tutti i gusti.
      Buona giornata,
      L*

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      • Ella von Matsch ha detto:

        Grazie, conoscevo già! 😊
        Se ho continuato fino alla laurea in Interpretazione, stringendo i denti e inghiottendo tutte le umiliazioni subite, è stato per fare dispetto al corpo docente di neerlandese, la cui decana (pace all’anima sua) aveva pronosticato che ci avrei messo 20 anni, tra le risatine delle sue colleghe.
        Da qui il mio odio per tutto ciò che è “oranje” e il mio amore esagerato per la Germania.

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      • lonza65 ha detto:

        Capisco, molti hanno conservato questo sentimento. Ti ripeto, anch’io se penso ai vari personaggi mi viene un moto d’odio, però è anche vero che sono passati così tanti anni che ormai non me ne frega più gran che e poi la città è così elegante che ha compensato la negatività della SSLMIT. Credo che se la Scuola avesse avuto sede in un’altra città, probabilmente avrei abbandonato gli studi…

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