Gli AdP (Abitatori delle Palestre) – La Signora Rotondetta

La Signora Rotondetta frequenta la palestra di mattina, dalle dieci in poi. Arriva con calma, già vestita da “sport” ma con le scarpe di cuoio ai piedi e quelle da jogging dentro un sacchettino. Nello spogliatoio si toglie i collant contenitivi, infila le calze di spugna e con passo regale si avvicina alla sua macchina da fitness preferita – e anche unica, il tapis roulant. Ci sale sopra e cammina, cammina, cammina, per ore e ore. Tanto che mi verrebbe da dirle: “Siora cara, invece di camminare sopra un tappeto come un criceto sulla ruota, in questa sala puzzolente, perché non passeggi da casa tua alla palestra, magari sul lungomare, e quando arrivi qui davanti fai un bel gesto dell’ombrello e ti risparmi quelle 60 carte al mese?”

La Signora Rotondetta va in palestra per allenare il muscolo socializzante, la lingua. E dopo la camminata “statica”, si dirige alla lezione di Pilates dove trova le altre compagne di allenamento. A quell’ora la classe è composta unicamente da Signore Rotondette, che si presentano truccate di tutto punto, vestite con improbabili paludamenti ginnico-sportivi spruzzati di dettagli animalier come la fascia per i capelli maculata, oppure il foulard tigrato. Queste panterone sovrappeso sudano e smadonnano sotto la sferza verbale dell’istruttore, in vista della temibile prova costume, ma non rinunciano alla chiacchiera. Mai. Piuttosto schiattano ma l’ultimo pettegolezzo non deve rimanere in sospeso.

La Signora Rotondetta frequenta anche la piscina. La piscina di per sé è un luogo poco adatto alla chiacchiera: rimbombo, sciabordio di acqua clorata, gente che va, gente che viene, fischi degli allenatori, strilli di bimbetti. Ma la signora logorroica trova il modo di attaccare la pezza. Una volta ne ho trovata una, che assomigliava a un capodoglio e nuotava a stile “cagnetto” nella prima corsia. Sono entrata in vasca senza guardare l’ora e poiché non indossavo né occhiali, né lenti, con una semplice domanda mi sono inguaiata. “Per cortesia, che ore sono?” è un quesito la cui risposta è semplice, diretta e che non invita a divagare, è una parete liscia sulla quale la colla della chiacchiera futile non attacca, o almeno, non dovrebbe. Errore. Il capodoglio abbarbicato ai galleggianti di separazione delle corsie, in trenta secondo netti, senza nessun invito da parte mia, ha aperto i seguenti filoni narrativi: gesta epiche del nipotino che frequenta anche lui la piscina; commento al recente referto ortopedico della spalla ipercalcificata e motivo precipuo della presenza del capodoglio in vasca; considerazioni di natura logistica sugli orari di frequentazione della piscina; temperatura e limpidezza dell’acqua e relativa condizione igienico-sanitaria (e qui si potrebbe iniziare un sotto-genere splatter-horror di narrativa, ma lasciamo perdere); qualità e adeguatezza degli istruttori, e via elencando. Il tutto senza che io potessi reagire in nessun modo, né fisico, né tantomeno verbale. Il capodoglio mi aveva confinato nell’angusto spazio tra la scaletta e il primo blocco e non dava segni di cedimento. Al settantunesimo argomento di monologo esteriore del capodoglio ero diventata ormai come il povero Di Caprio nella scena del Titanic quando è attaccato al relitto, un Calippo umano rivestito di brina polare. Per quanto io ritenga che la buona educazione sia un valore imprescindibile, soprattutto verso gli sconosciuti, ci è mancato tanto così dallo sparare il sonoro vaffanculo che avevo pronto in canna in faccia al capodoglio. Ma che, si fa così? Un sequestro di persona alla luce del sole, era quello, mica una chiacchierata. Lo stato di ipotermia in cui versavo mi ha impedito di essere scortese, con le energie residue ho abbandonato il capodoglio alla mercé del capitano Achab e me ne sono andata in un’altra corsia. Il capodoglio mi ha raggiunta all’altro capo della vasca e continuava a parlare. Da quel dì, l’espressione “acqua in bocca” per la sottoscritta significa “parlare mentre si nuota”.

Finito di nuotare, volevo prendere qualcosa al baretto ma ho cambiato subito idea. Con la coda dell’occhio ho visto il capodoglio che sbranava un krapfen (per i lettori centrali e meridionali: krapfen = bomba) esondante crema e colesterolo, seguito da cioccolata in tazza con panna, spremuta e un caffè – però col dolcificante! altrimenti viene vanificato il lavoro di una seduta di allenamento. Il detto “mangiarsi Ponzio e Pilato” abbastanza frequente a queste latitudini per indicare mangiate epocali a schiattapanza, qui al centro sportivo è diventato, savasandir, “mangiarsi Ponzio e Pilates”.

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8 risposte a Gli AdP (Abitatori delle Palestre) – La Signora Rotondetta

  1. sonia ha detto:

    Descrizione dettagliatissima. 🙂

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  2. Motals ha detto:

    Potevi annegarla, anche se è risaputo che i capidogli hanno tre quarti d’ora di autonomia sott’acqua 😉
    Condivido perfettamente il tuo pensiero: anch’io, quando vado in palestra, incontro spesso persone che fanno solo salotto e bloccano le macchine, oppure passano più tempo davanti alla macchinetta del caffè che a faticare. A questo punto, al bar che fanno? Sollevano pesi?

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    • lonza65 ha detto:

      solo il Capitano Achab avrebbe avuto la meglio sul capodoglio. Una bella fiocinata dritta dritta sulla spalla ipercalcificata e fine della questione. Grazie per la lettura!

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  3. ildegardadibingen ha detto:

    L’ha ribloggato su ildegardadibingene ha commentato:
    Da leggere…

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  4. ildegardadibingen ha detto:

    Sto ancora ridendo! Grazie, Quito sei superata!

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  5. rossodipersia ha detto:

    è una parete liscia sulla quale la colla della chiacchiera futile non attacca… 🙂

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