Cacca e cacao

Un mese fa è stata pubblicata in rete una raccolta di ricordi di ex-studenti della Scuola Interpreti di Trieste. La memoria è una cosa strana: a volte ingoia volti, fatti, accadimenti e li distrugge per sempre, e a volte invece, dopo anni di silenzio li risputa fuori, da un posto remoto, nitidi e precisi. Così è capitato per questa scheggia di ricordo, sparata direttamente dalla memoria al video, ma fuori tempo massimo per essere inserita nel volume (si potrà dire “volume” per un libro elettronico?). Una specie di bonus track (o malus track, a seconda dei punti di vista) in aggiunta ai ricordi contenuti qui:

http://issuu.com/sslmit30/docs/sslmit30

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Ci si può rendere conto di essere stati innamorati? Voglio dire, ci si può accorgere, dopo anni, di aver vissuto quella devastante esperienza che è l’innamoramento, ma nel mentre che questa era in corso, non esserne stati coscienti? Una sensazione così legata al presente, può essere riconosciuta e identificata a vent’anni e più di distanza? A me forse è capitato, (sì lo so, sono abbastanza tonta per queste cose, e anche per molte altre), di subire un innamoramento postumo, tra l’altro di un tipo che non coinvolge corpo, ormoni, ipofisi, carne e sangue, sudore e palpitazioni, ma piuttosto la sottile e ben più totalizzante esperienza della seduzione intellettuale.

Mi piaceva tutto di lui. Ero colpita dal portamento, più consono a un gentleman inglese che a un varón sudamericano, dall’aspetto elegante, grazie un guardaroba che sembrava uscito dritto dritto da Savile Row – giacche pied-de-poule, camicie in tela Oxford, pantaloni di vigogna – dalla sua pipa che fumava anche a lezione (a quei tempi si fumava ovunque e fumava chiunque) caricata con tabacchi meravigliosamente profumati (Balkan Sobranie? Clan Aromatic oppure Dunhill 965?). Tutta questa cura e attenzione alla persona non scalfiva affatto la sua virilità, anzi aggiungerò di più: era (ed è, per fortuna) una delle quattro o cinque persone sulla superficie terrestre in grado di portare con disinvoltura il cachecol senza sembrare una checca isterica alla Victor Victoria. Completano la descrizione: sopracciglia artatamente arcuate per conferire un’espressione luciferina; sotto di esse, occhi furbi e mobilissimi che si piantavano dritti nei tuoi come a scavarci dentro per trarre il meglio di te, come studente e come persona. Una flemma britannica completava il personaggio, che quando entrava in aula, era come se passasse di lì per caso e sempre per caso avesse deciso di trascorrere un paio d’ore a dialogare di letteratura e storia ispanica. Questo atteggiamento contribuiva a creare subito un’atmosfera di rilassata convivialità, la condizione giusta per apprendere una lingua meravigliosa, potentemente descrittiva e “buffa”, come la definì una mia carissima collega, forse pensando – in buona fede, s’intende – di demarcare la linea di confine tra lingue serie (ergo, difficili) e lingue divertenti (ergo, facili). Lei studiava tedesco: preferisco pensare che la definizione di “buffo” per lo spagnolo fosse un’inconscia esternazione di invidia pura e semplice, visto che il tedesco, oggettivamente, è tutto tranne che buffo. Ma basta con le divagazioni.

Le lezioni di ** erano sempre una festa, si imparava in allegria e con metodi assolutamente diversi da quelli nazisti in vigore alla Scuola Interpreti, ragion per cui percorrevo la distanza tra casa mia di allora, in viale XX settembre (proprio alla fine, dove la strada si interrompeva) e via Caprin (in tutto 2,1 chilometri: lo so adesso che ho misurato il tragitto con Google Maps, allora non lo sapevo quant’era né mi interessava) come se avessi avuto le ali ai piedi, ansiosa di apprendere anche le più piccole sciocchezze dell’idioma, gli stessi petits riens che si pretendevano anche per l’inglese e che però mi facevano andare fuori dai gangheri perché trovavo inutili e soprattutto perniciosi. Odiavo queste pinzillacchere albioniche soprattutto perché all’esame, non sapere qual è la razza dei cani preferiti della regina (i corgi) ti poteva costare la fustigazione in pubblica piazza, gogna e perenne disprezzo della classe docente (e quando è perenne, significa che per il tempo a venire i tuoi voti non avrebbero superato i 24/30 anche se eri figlio di Shakespeare), mentre non conoscere l’equivalente del modo di dire “di male in peggio” in spagnolo (ir de guatemala a guatepeor) non era una lacuna da colmare col sangue, anzi, era un’occasione per continuare ad approfondire ed amare la lingua “buffa”. Ero completamente soggiogata dal fascino del docente, che ricambiava con grande prodigalità di nozioni e di insegnamenti. Il suo basso profilo, il suo senso dell’understatement così spiccato me lo rendeva ancora più gradito, e i primi due anni di spagnolo furono un lungo e proficuo periodo in cui non ho mai avuto la sensazione di fare fatica a studiare, grazie anche a una lettrice adorabile che era una forza della natura, e all’altra insegnante di spagnolo, moglie di **, una donna con un nome elegante, bei lineamenti da india e un fascino tutto suo. Furono anni in cui l’amore per la lingua “buffa” crebbe libero e forte. Che poi, a me, tutta questa allegria non me l’ha trasmessa, ad esempio quando, in sede d’esame, si trattava di rendere al meglio un verbo apparentemente innocuo come “diventare”. Provare per credere.

Ma anche le più belle, intense, cerebrali ed intellettuali storie d’amore hanno una fine. Nella vita sentimentale di tutti i giorni, di solito la colpa ricade, mi si perdoni la “catalanata”, o sull’uno o sull’altra. Nel mio caso non fu colpa di nessuno dei due, ma del consiglio di facoltà, che decretò, non so su quali presupposti, che ** dovesse essere sostituito. Il terzo anno, che infiniti lutti addusse non agli Achei, ma alla sottoscritta e anche a un sacco di altra gente (intendiamoci, “lutti” relativi, tutti riferiti all’ambito scolastico, questioni di esami non superati o di diplomi non conseguiti, complicanze amministrative e tasse universitarie aggiuntive), portò anche il nuovo titolare della cattedra di esercitazioni pratiche di spagnolo. E che lutto. L’ira del Pelide Achille e le sfighe di Ettore sono Happy Days, al confronto. Nonostante siano trascorsi più di venticinque anni, del momento in cui entrò il nuovo professore, serbo un ricordo nitido, come se un vaccaro di Rawhide me lo avesse marchiato a fuoco nella memoria.

L’aula D, la più capiente della sede di allora, in via Bartolomeo D’Alvano, rigurgitava studenti divorati dalla curiosità di vedere il nuovo docente. Dopo qualche minuto, finalmente si apre la porta, tutti ci giriamo trattenendo il fiato e… non vediamo nulla! Dopo qualche secondo, tra le teste degli studenti si fa avanti, con un’andatura impettita, un ometto alto un cazzo e tre barattoli, corredato di panzetta, occhiali in punta di naso, aria arrogante e dispotica che urla “BUENAS TARRRDES!!!” in un’aula in cui era sceso il gelo siberiano dello sconcerto. Ho sentito nitidamente il mio cuore che si infrangeva come un vaso di cristallo in caduta libera dal ventesimo piano. Dopo qualche chiacchiera introduttoria, il resto delle due ore di lezione venne impiegato a pronunciare non so quale ininfluente stringa fonetica, sempre la stessa, una per ogni studente, perché il professore in questione era un appassionato di fricative, approssimanti e bilabiali. Di fonetica estrema, insomma, parte di quella materia ostica di cui ho già abbondantemente pontificato in altra sede (http://issuu.com/sslmit30/docs/sslmit30Dorando Pietri e la linguistica applicata” pag. 56). Alla fine della lezione, ero prostrata, non tanto dalla sfida articolatoria, ma dalla delusione del “rimpiazzo”. Com’era stato possibile, che cambio era mai potuto essere, quello? Mi sentivo presa in giro. Che cosa avevano in comune due persone così diametralmente opposte?

Molo Audace

Molo Audace

Tanto il primo era elegante, ironico in punta di fioretto e mai eccessivo, tanto questo era ordinario, grossolano e dotato di un senso dell’umorismo che non sarebbe stato decente nemmeno per il Bagaglino. Per dirne una, il massimo della sua vis comica era la frase “El hombre a la cocina? Maricón perdido!” (L’uomo ai fornelli? Frocio perso! NdT). Meno di questo, c’è solo la pernacchia ascellare. Inutile dire che l’amore per la lingua “buffa” subì una non lieve battuta d’arresto, ma per fortuna le basi gettate in precedenza erano state così salde e profonde che sopravvissi anche al piccolo Napoleone o a Topo Gigio, al quale lui si stesso si paragonò, nella sua unica e solinga uscita di spirito di un intero anno accademico. Tanto mi irritava quest’omarino, ai perfetti antipodi del primo insegnante, che cercavo di evitare ogni contatto che non fosse strettamente necessario. Ma per quanto facessi, me lo ritrovavo spesso aggrappato ai sostegni verticali “della” 29 – a quelli orizzontali non ci arrivava – nei tragitti da e verso via D’Alviano e una volta addirittura in treno. Per fortuna mi accorsi facilmente della sua presenza – la voce stentorea si sentiva per tutto il vagone – e mi fermai allo scompartimento precedente, ma la divinità-che-controlla-gli-incontri-in-treno, quel dì aveva voglia di divertirsi e fu così che appena partiti da San Donà di Piave, un forte temporale bloccò il treno nella campagna per quasi un’ora, (quando è sfiga, è sfiga) durante la quale il Topo Gigio iberico deliziò il proprio scompartimento e quelli limitrofi, con aneddoti di una noia sesquipedale sulla sua vita familiare, sulle virtù taumaturgiche della moglie e non ricordo più che altro. Fu in quell’occasione che ebbi chiaro, seppur da essere vivente di sesso femminile, il significato del termine “orchite”, tanto che, per la disperazione, avevo anche pensato di scendere  dal treno e a piedi, attraverso campi, raggiungere l’ormai vicina Mestre.

Nonostante tutto, è il bene che vince e il male che perde, per cui il mio ricordo più caro dello spagnolo è legato a ** e al Topo Gigio spagnolo non ho più concesso alcun pensiero. Amo ** anche perché, fedele al suo stile discreto ed elegante, non ci disse mai di essere scrittore, poeta e uomo di cultura. Per noi studenti, per me, per chiunque lo conosca, era (ed è) prima di tutto una persona adorabile, uno che per farti capire che cos’è una milonga, te la canta in classe o per spiegare cos’è un chaleco, ne indossa uno. Che fosse uno scrittore, lo scoprii per caso un giorno, diversi anni fa, aprendo la pagina culturale del Corriere, e riconoscendo con piacere il suo inconfondibile profilo, in una bell’articolo a firma Claudio Magris (Magris, non so se mi spiego! mica un imbrattacarte qualsiasi).

http://archiviostorico.corriere.it/2002/settembre/09/Prenz_mitteleuropeo_venuto_Buenos_Aires_co_0_0209095669.shtml.

Quando li metto a confronto, ** e il Topo Gigio iberico, è come paragonare l’originale con  la copia fatta con la carta carbone, che per quanto sei attento a seguirne i contorni, quando alzi la velina il risultato ha poco a che vedere con l’immagine di partenza, oppure mi viene da pensare al cacao e alla cacca: parole simili per grafia e per suono, materie affini per colore e (a volte) per consistenza. Ma se poi vogliamo parlare di odore e gusto…

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6 risposte a Cacca e cacao

  1. rossodipersia ha detto:

    Hai vissuto la sindrome di “Nelly e Monsieur Arnaud” 🙂
    Bel post grazie ❤

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    • lonza65 ha detto:

      grazie a te per la suggestione cinematografica, è sempre un piacere ricevere nuovi stimoli culturali. La differenza con Nelly è che la Béart è bella fuori, io invece, com’è noto, sono bella dentro 😉

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  2. nadia ha detto:

    la distanza, in questo caso temporale, aiuta a vedere le cose per quello che sono realmente 🙂

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  3. lonza65 ha detto:

    Anna, il tuo soggiorno a Trieste è stato costellato di topi, più o meno malefici… Topofix!

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  4. Annamaria Anselmi ha detto:

    Il piacere di incontrare quest’uomo e non questa proiezione di uomo non l’ho avuto…a me é toccato direttamente il Topo malefico e destreggiarsi tra il suo stili di sudici lecchini é stato ancor più arduo!

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