Sempre più bella “dentro” (occhio alle parolacce)

C’è poco da fare. Anzi, non c’è proprio niente da fare.

Anche dopo aver avuto la certezza di essere “bella dentro”, noi diversamente avvenenti abbiamo sempre la necessità di continue conferme. Non è bastato sapere che milza, fegato, colecisti, reni erano smaglianti e sexy come una Sharon Stone in stato di grazia.

Bisognava vedere dal “di dentro” anche l’ultimo tratto digestivo, quello che viene ispezionato con la famigerata colonscopia. Per ovvi motivi di decenza, tralascio i dettagli della preparazione all’esame, una specie di pulizia piuttosto drastica che comporta un’assunzione massiccia di lassativi e conseguente assidua frequentazione del bagno. Da allora, il significato dell’espressione “purghe staliniane” mi è molto chiaro.

Il giorno prestabilito mi presento, con le budella pulite e candeggiate di fresco, al reparto di endoscopia di un ospedale della provincia. Mi sento un po’ debole, visto che sono a digiuno da un giorno e che nella panza è ancora in corso una serie di perturbazioni temporalesche con tuoni, fulmini e saette.

Ma fa niente, ormai ci siamo. Quando viene il mio turno, una solerte infermiera (paramedico A) mi accompagna in una stanza immersa nella penombra dove mi viene ordinato di togliere scarpe e pantaloni, calare le mutande fino alle ginocchia e di coricarmi sul fianco sinistro. Mentre mi trovo con le chiappe al vento l’infermiera mi infila un ago nel dorso di una mano e mi dice di aspettare. Conciata in quella maniera, pensavo, non è che mi viene voglia di fare un corso di balli latino-americani. Nel frattempo lei e un collega (paramedico B) sono impegnati in una accanita discussione sulla spending review della ASL di appartenenza che li obbliga a sfruttare le ferie accumulate entro l’anno. Ogni tanto entrambi rivolgevano lo sguardo verso di me – sempre distesa su un fianco con le “guanciotte” al vento –  in cerca forse di assenso, ma io ero persa nella visione del monitor che avevo quasi di fronte, scuro ma non spento, in attesa che la sedazione facesse il suo effetto. Nel frattempo la discussione sulle ferie si accende ma i paramedici stazionano sulla soglia della stanza, senza alcun cenno di muoversi. La vexata quaestio ha come perno il fatto che il paramedico A, alla data odierna non riuscirebbe a smaltire tutte le ferie accumulate nemmeno restando a casa da quel giorno fino alla fine dell’anno, in quanto i giorni di ferie superano il numero dei giorni rimanenti sul calendario e il residuo non gli verrebbe né monetizzato, né tantomeno caricato sul monte ferie dell’anno seguente. Il paramedico B risponde che è colpa dell’amministrazione dell’ospedale, che ha  permesso un accumulo di ferie così massiccio e pertanto il paramedico A se lo prende in quel posto. E a quel punto entrambi mi hanno guardato un’altra volta in cerca di assenso. Chissà perché.

Ad un tratto, come quando a scuola scappavamo come galline quando arrivava l’insegnante dal fondo del corridoio, i due infermieri schizzano come saette ai posti di lavoro (uno a fianco a me e uno al monitor) e dopo un secondo irrompe nella stanza un omone pelato che, facendo schioccare i guanti di lattice sui polsi, tuona: “Perché fa questo esame?” Volevo rispondere: “Perché sono un’eccentrica che adora farsi inserire corpi estranei in direzione ostinata e contraria su per il baugigi dopo essersi ca***a anche l’anima con quattro litri di purga”. Ma ho optato per un neutro “Per un controllo preventivo”. Avevo appena finito di esalare la “o” della parola “preventivo” che avverto un insistente interesse tattile nella mia zona perianale e poi, BAM! il buio assoluto. Da quel momento in poi potevano essere passati dieci minuti come dieci ore perché non ho memoria di nulla.

Quello che ricordo quando ho aperto gli occhi, è che mi lamentavo ad alta voce per dolori addominali che mi davano parecchio fastidio e sul monitor si vedeva una cosa che assomigliava alle grotte di Postumia, ma con meno stalattiti e stalagmiti. Intanto l’omone pelato mi urlava a ripetizione: “Non urli, non strilli”. Ad un certo punto, seccatissimo, mi dice: “l’esame finisce qui perché lei non sopporta l’uso della strumentazione” Come se fosse colpa mia. “La prossima volta dovrà fare l’anestesia totale”. Detto ciò, volta le spalle infastidito come una primadonna protestata dall’impresario e se ne va. E ‘sti cavoli, gli volevo rispondere, fammi l’anestesia totale, dammi una randellata in testa, fai quello che vuoi, ma il dolore di budella era così fastidioso e il senso di umiliazione così forte (per che cosa poi) che mi sono presa i miei quattro stracci e me ne sono andata, abbacchiata e triste come un’amante respinta.

Poi ho riflettuto che quella versione warholiana delle grotte di Postumia che vedevo al monitor non erano altro che le mie bellissime interiora, a ennesima e ulteriore riconferma (il referto parla chiaro) che dentro sono, manco a dirlo, bellissima.

Morale della storia: un po’ di maltrattamenti, una giornata al bagno e uno strapazzamento di budella sono un pedaggio più che onesto per evitare problemi seri in futuro.

Fate i controlli, per favore. Ne vale la pena. Anche se ve li fa un irascibile omone pelato.

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5 risposte a Sempre più bella “dentro” (occhio alle parolacce)

  1. Matelda Codagnone ha detto:

    Anche nel descrivere situazioni personali non certo facili sei divertentissima. Quando andrò a fare la mia seduta ripenserò a questo tuo racconto e forse non avrò bisogno dell’anestesia.

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  2. rachele ha detto:

    E dov’è che si farebbero, di grazia, questi controlli con anestesia totale?
    Io sto ancora cercando… :(((

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  3. monica ha detto:

    Controlli sì ma anestesia totalissima!

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  4. guido mura ha detto:

    Eviterò con cura di farli, anche se dovessero raccontarmi che (almeno dentro) sono bellissimo.

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