Un giorno perfetto

Per te, da oggi, solo giorni perfetti.

Ciao Lou.

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21 luglio 2011 – Quando un mito assoluto del rock viene a suonare nella tua città, pare brutto non approfittare dell’occasione. (N.B. per la teoria del “Pare Brutto” leggetevi “Mia suocera beve” di Diego De Silva oppure chiedete alla mia, di suocera, che non beve – nonostante abbia una nuora come me – ma sa tutto dell’estetica del “Pare Brutto”).

Lewis Allen Reed, classe 1942, di New York City, è un sopravvissuto. Già questo fatto da solo giustificherebbe il biglietto, peraltro non esattamente a prezzo politico. Tutte le rock star del suo periodo sono state falciate dalla droga (Jimi Hendrix, Janis  Joplin, Brian Jones, Jim Morrison e compagnia cantando – è proprio il caso di dire) e con la morte sono state consegnate alla storia della musica e al ricordo collettivo nel culmine della loro vita artistica. L’iconografia ufficiale ce li ha fissati per sempre fascinosi e maledetti e il mio pensiero va, per esempio, alla stupenda copertina del primo disco dei Doors, dove un inquieto e provocante Jim ti fruga con lo sguardo anche dentro le mutande. Per la mitologia del rock, meglio così. Ma ve lo immaginate Jim, se fosse (soprav)vissuto? Sarebbe diventato un trombone alcolizzato con la couperose e la panza così grande da fare provincia. Oppure, Brian Jones che a settanta anni, continuerebbe a pettinarsi col caschetto e a girare con le giacche psichedeliche e il boa di piume di struzzo rosa che nemmeno la più scalcinata drag queen. O ancora, il mito dei miti, Marylin Monroe: sarebbe una vecchietta di ottantacinque anni, devastata dal botulino e dal bisturi del chirurgo estetico, ossessionata dalla ricerca della bellezza dei vent’anni. No, decisamente è un’immagine che rifiuto, preferisco ricordarmela soffice e malinconica quando intona con un filo di voce “I’m thru with love” oppure sgarzolina e allegramente cinica con “Diamonds are a girl’s best friends”.

Pensavo a tutto questo mentre, seduta in platea, fila 14 posto 28, aspettavo l’arrivo sul palco di Lou Reed. Mi ero mentalmente preparata ad uno show tranquillo. È vero che è sopravvissuto, ma secondo me nelle vene gli scorre una soluzione tamponata di eroina, cocaina, amfetamine, Citrosil e Jack Daniel’s con tracce di sangue, per cui mi aspettavo di vedere, al massimo, un ex-junkie che si barcamena alla meno peggio.

Con un quarto d’ora di ritardo (un battito di ciglia per gli standard di Pescara, città in cui qualsiasi manifestazione inizia dopo almeno 45 minuti rispetto all’orario indicato) si abbassano le luci e c’è quel momento meraviglioso in cui tutti, pubblico e band, trattengono il fiato prima di iniziare a suonare. La band si posiziona, una lineup giovane e carica, e poi arriva lui. E mi si è bloccato il respiro. Con un passo trascinato e incerto, malfermo sulle gambe, con lo sguardo fisso a terra – forse per paura di introppicare – un secco e occhialuto Lou prende posizione al centro del palco e un ragazzo del crew lo aiuta ad imbracciare la chitarra. Oh my God, molto peggio di quanto mi aspettassi: mancava solo che arrivasse la badante ucraina per cambiargli il pannolone live on stage. Con il cuore a pezzi mi ero rassegnata ad uno spettacolo “della mutua” e ad aver buttato nel cesso cinquanta euro.

Ma poi. Sono bastate le prime quattro battute di Who Loves The Sun per farmi ricredere completamente. Il buon vecchio Lou non tradisce. Un mito all’altezza della sua fama. Certo, gli ci sono volute due canzoni per riattivare tutte le capacità psico-motorie, ma ragazzi, la voce è sempre quella, calda, vibrante, intensa, avvolgente come un abbraccio sonoro. L’elastico della mutanda (la mia) si è avvicinato pericolosamente al punto di fusione, da subito. Poi è toccato a Senselessly Cruel e a All Through The Night, che per quanto è durata, pensavo che la band avesse preso alla lettera il titolo. Ecstasy e Small Town hanno seguito a ruota per arrivare, a mio avviso, al culmine della serata con una versione poli-orgasmica di Venus In Furs. Quando il batterista – il migliore della band – ha iniziato a scandire quel ritmo ipnotico non ho capito più niente e mi sono lasciata cullare dal ritmo ossessivo e dalla voce di Lou. L’elastico della mutanda si è fuso del tutto, anzi ha sublimato direttamente. La parte acustica del concerto comprendeva tre pezzi, tra cui una Sunday Morning cantata a ninnananna (stupenda) e poi l’immancabile Sweet Jane ha chiuso la parte “ufficiale” del concerto.  Un po’ di traccheggiamenti da rituale concertistico e sono arrivati i bis, tra cui una fluviale The Bells e una dolcissima Pale Blue Eyes. Il tutto per due ore esatte di concerto tirato e senza punti morti, che per un settantenne ex eroinomane mi sembra un discreto risultato.

Tuttavia, la serata non è finita qui. Grazie alla faccia di bronzo e alla determinazione arietina di Luciana, siamo riuscite a sapere dove il rocker sarebbe andato a cena. E quindi via, in motorino, come due sgallettate, al porto turistico, a prendere posizione davanti al ristorante il cui nome un benevolo membro dello staff ci ha sussurrato a mezza voce alla fine del concerto. Dopo un po’ è arrivato, protetto da un cordone sanitario composto da un membro italiano dell’organizzazione e da una cerberissima assistente anglofona, la quale, appena ci ha viste, ci ha perentoriamente imposto “please very quickly”.  Abbiamo fatto i complimenti per il concerto, ci ha firmato i CD e a quel punto, ho chiesto se potevamo farci una foto. La cerbera ha replicato, secca “It’s definitely too much”. Fangala a te e al definitely, avverbio che da oggi mi sta in culissimo.

Comunque, anche senza foto, for me July 20th has been a “Perfect Day”. Grazie Lou.

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3 risposte a Un giorno perfetto

  1. lillopercaso ha detto:

    Grazie, è sempre una gioia riascoltarlo! Note volant!

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  2. rossodipersia ha detto:

    Ho visto diversi concerti di Lou Reed e mai, neppure una volta, ne sono uscita delusa, cosa che non posso confermare per altri grandi della musica. Ne ho dedotto che proprio gli piaceva stare sul palco: nessuno si offre in quel modo se non ama farlo. Bel tributo a un altro pezzo di mondo che si ritira.

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  3. lonza65 ha detto:

    L’ha ribloggato su Verba Volant.

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