Fuga dal Natale 4 – Interludio ferroviario

A me piace viaggiare il treno, nonostante tutto. Nonostante i cambi improvvisi da un binario ad un altro con i bagagli pesanti, nonostante i ritardi, nonostante una serie di rotture di palle che fanno desistere la gran parte delle persone dal prendere questo mezzo di trasporto.

Il viaggio inizia in stazione, questo non-luogo in cui è possibile vedere uno spaccato di umanità veramente rimarchevole. Di solito trascorro volentieri un lasso di tempo ragionevole in sala d’attesa o in giro per le stazioni grandi, mi sembra di essere dentro un campionario di un improbabile venditore di tipi umani.
Tra tutti gli esemplari da campionario, uno non manca mai. Prima di vederlo, lo rilevo con l’olfatto: un misto di sudore stantio, urina, vomito, escrementi, fumo di sigaretta, gomma bruciata e immondizia. I primi tempi, quando le mie narici venivano prese a sberle da questo miscuglio letale, pensavo che un netturbino avesse scaricato il camion nell’atrio della stazione; poi dopo aver frequentato le stazioni di mezza Italia, capivo che era arrivato lui. Il pezzente/tossico/imbriagòn (a scelta) di turno, coi vestiti così lerci che potrebbero stare in piedi da soli, quello che ti avvicina e ti comincia a raccontare una storia improbabile di treni in partenza, di bagaglio perso dove dentro, guarda il caso, c’era anche il suo fornitissimo portamonete. Oppure quello che ti punta da cinquanta metri dall’altro capo dell’atrio, ti indica con l’indice e spara la frase ad effetto: “Scusa, posso chiederti un favore?” Spesso è così rincoglionito/fatto/ubriaco (a scelta) che non si ricorda di averti chiesto la stessa cosa cinque minuti prima, e che aveva avuto la stessa risposta, una sovrana indifferenza. Quando ero universitaria, questi personaggi mi facevano pena ma l’unica volta che ho dato qualche spicciolo a uno di questi, dopo dieci minuti l’ho visto che veniva preso allegramente a calci in culo sia dai portabagagli che dalla Polfer. Qualcosa vorrà dire.

Poi ci sono i compagni di viaggio. Dopo oltre venticinque anni trascorsi in qualità di utente delle Ferrovie, spero sempre in compagni di viaggio arguti, di brillante conversazione, reattivi, interattivi, interessanti. Ma non è mai così, la divinità che controlla gli incontri casuali in treno ce l’ha con me, perché mi fa trovare sempre il/la logorroico/a che parla solo dei cazzi suoi, la signora settantenne che parla solo dei nipoti, l’extracomunitario che non sa parlare oppure la zoccoletta ucraino-moldava-bielorussa che passa tutto il tempo del viaggio al cellulare. C’è una legge ferroviaria secondo la quale la pallosità dei compagni di viaggio è direttamente proporzionale alla lunghezza del tragitto. Da cui scaturisce la sensazione che il viaggio sembri molto più lungo di quanto non lo sia in realtà.

Per quanto mi riguarda, mi ha fregato il cinema. Nei film, il treno è luogo d’elezione per incontri indimenticabili, per storie d’amore stracciacuore. Nei treni si organizzano e perpetrano delitti quasi perfetti, accadono inseguimenti al cardiopalmo, scambi di persona, trombate selvagge, gag esilaranti, insomma, di tutto. Chi non ha mai sognato di innamorarsi come De Niro e la Streep sul treno dei pendolari? Quale donna non vorrebbe essere salvata da Cary Grant sul dirupo del monte Rushmore e ritrovarsi, nel fotogramma seguente, con lui, stretti stretti nella cuccetta di un wagon-lit? Chi mai si stancherà di ammirare l’ingegno di Agatha Christie che trasforma un treno leggendario in una perfetta scena del delitto con un cast di sole stelle di prima grandezza? Quale uomo con sufficiente testosterone in circolo non ha mai fantasticato di salire sul treno assieme a Marilyn “Sugar” Monroe in “A qualcuno piace caldo”? Potrei andare avanti per pagine e pagine, ma il concetto credo sia chiaro. Con tutte queste immagini nella testa, è logico che le aspettative ferroviarie siano alte ed è anche altrettanto chiaro che, nel 99,99 per cento dei casi, tali speranze vadano deluse. Hitchcock ha detto che il cinema è la vita senza le parti noiose, ma che cazzo, la mia vita ferroviaria è costituita solo da scene venute male.

Ieri, martedì 15 dicembre, la divinità che controlla gli incontri casuali in treno, si è distratta. Non so come sia successo, perché di solito la suddetta divinità è sempre attenta a scassarmi gli zebedei, ma per la tratta Pescara-Bologna mi ha appioppato: un tizio che ha dormito tutto il tempo (“ronf ronf”), una matta che ha predicato al cellulare con la figlia adolescente (“ti ho detto che le scarpe le devi sempre mettere dietro la porta!”) e una zoccoletta slava (“siniora, tu che stazione scende, ah?”) che leggeva un romanzo splatter. Quindi, tutto sommato, tre ore tranquille. Ma la divinità che controlla ecc. ecc., ieri, non solo si è distratta, ma mi ha fatto anche un bellissimo regalo. Sull’interregionale Bologna-Venezia ho incontrato un carissimo amico, un ex-vicino di casa, un collega, il mio Virgilio dei tempi della SI, il mio guru universitario, la mia luce tra le tenebre del dialetto triestino.
Sembrava una carràmbata ferroviaria, baci e abbracci in mezzo al corridoio, sotto lo sguardo di pendolari apatici e un po’ scazzati (il pendolare è sempre un po’ scazzato). Risate, ricordi, notizie, progetti, sensazioni, pareri, suggerimenti, consigli: un uragano di chiacchiere praticamente ininterrotto, il piacere dell’incontro e della condivisione degli stessi interessi. L’ora e un quarto di viaggio mi è sembrata una manciata di minuti, trascorsa col pericolo di perdere la fermata, tante erano le cose da dirsi e da ricordarsi.
La divinità che controlla ecc. ecc. questa volta è stata magnanima, forse per Natale si è messa una mano sulla coscienza. Ha voluto essere benigna e mi ha fatto una gradita anticipazione di un “Bianco” Natale (calembour solo per pochissimi).

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