Fuga dal Natale – 3

Domenica mattina, 13 dicembre. Si vede chiaramente che le tredicesime non sono ancora state pagate. A mezzogiorno, poca gente per strada, negozi deserti, commessi e commesse con le braccia conserte oppure intenti a sistemare le vetrine.

In ogni negozio in cui entriamo, i commessi ci accolgono con un sorriso Durban’s a 32 denti, invece della solita aria scocciata che hanno sempre da queste parti che si traduce in “Che, vi serve qualcosa?”; si spaccano in quattro per servirci, mentre di norma, il commesso, con aria stanca, dice: “tutto quello che vedi è in vetrina”: sottotitolo: non ho voglia di alzarmi dal mio sgabello, se c’è qualcosa che ti piace, bene, altrimenti “frèghete”.

Oggi la mia funzione è quella di “shop assistant” che non significa commesso, ma in itanglese “assistente alle compere” nel senso letterale del sintagma nominale. Essendo allergica allo shopping, mi limito ad assistere agli acquisti che il mio consorte invece ama fare, devo dire con grande cura e attenzione, un vero professionista dell’acquisto. E meno male che c’è lui, altrimenti toccherebbe a me. Grazie, Giusi!

Il punto è che le cose, intese come oggetti, non mi interessano. Quello che mi serve, e anche di più, ce l’ho. Non mi interessa avere due vestaglie, due ipod, due paia di scarponcini, due di questo, due di quello. Troppo spesso siamo schiavi degli oggetti e di quello che rappresentano, o che ci ricordano. La fregatura sta lì, pensiamo che buttando quel vecchio maglione comperato in Irlanda quindici anni fa, ridotto ormai ad orrendo cencio informe, buttiamo anche il ricordo di quella stupenda vacanza, delle emozioni vissute. Non è così, il ricordo è dentro di noi, non in un cassetto dell’armadio che sta per scoppiare per quanto è pieno di relitti del passato.

Se proprio voglio un regalo, preferisco che sia un servizio, un biglietto per un concerto, per il teatro, una seduta di bagni termali oppure che qualcuno mi chiami e mi dica “prendiamo un tè insieme”, parlando degli interessi comuni, dei progetti futuri, anche delle stupidaggini. Ecco, questo sarebbe un regalo bellissimo. Ma forse è chiedere troppo…

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