Pattini d’argento (reprise) – Dedicato a chi ha più di 45 anni

Oggi, domenica 16 ottobre 2011, era prevista un’uscita in bicicletta, ma dato che il meteo non era dei più invitanti, ho cambiato programma e ho deciso per una pattinata.

Non ho indossato la famigerata tutina ma bensì una specie di evoluzione del burqa a fini sportivi, ai piedi i miei amatissimi K2 Fat Joe (già, come il gangsta rap – questa cosa mi fa sentire meno dinosauro del solito) alle orecchie l’immancabile iPod e via da nord a sud, in favore di vento. Tutto bene? Quasi. La pista ciclabile, deserta perché qui si va in bici solo se c’è il sole, solo se non si va al mare, solo se l’unghia incarnita del mignolo sinistro è guarita completamente, solo se il bioritmo dice che la forma fisica è smagliante, solo se (avanti con altre innumerevoli e improbabili scuse), era molto insabbiata e più di una volta mi sono impuntata con un pattino. Quindi sono salita sul marciapiede, ma pattinare sulle betonelle è un po’ fastidioso, non tanto per le vibrazioni (quelle fanno bene alla cellulite) quanto perché le rotelle hanno la cattiva abitudine di inserirsi nelle fughe delle mattonelle, cosa che provoca una specie di deragliamento molto pericoloso. Il rischio di finire a gambe lunga distesa “a quattro di bastoni” era lì, ma mi sono detta, passati i primi quattro chilometri, poi il fondo cambia (in meglio).

Non solo, da meglio è diventato un sogno. Ad un certo punto, la riviera era stata bloccata per permettere lo svolgimento della maratona cittadina. Ma era bloccata veramente, non come succede spesso, che le auto circolano tra un gruppo di corridori e un altro. No, blocco to-ta-le. La strada era piena di gente che correva a piedi e anche in bici e quindi, visto che non era vietato invadere la strada, anch’io mi sono messa in scia dei corridori. C’era di tutto: dal fighissimo strabordante testosterone al panzone che sbuffava come un bue con l’enfisema, dalla ragazza secca secca che tagliava l’aria al gruppetto di signore rotondette le quali però non hanno mai smesso di correre e anche chiacchierare. Li superavo scivolando sui pattini e li ammiravo per la loro tenacia e voglia di esserci. Ogni tanto qualcuno indossava la divisa del gruppo sportivo di appartenenza, nomi più adatti a sette sataniche che ad associazioni dilettantistiche: “I lupi di Atessa”, “Gli assetati di Campobasso”, “Le iene di Roccacannuccia” e via delirando.

Pattinare in mezzo alla strada la mattina sa di vittoria, proprio come l’odore del napalm di Apocalypse Now (che, se non lo sapete, è la trasposizione cinematografica – impeccabile – di Heart of Darkness di Joseph Conrad e non ringrazierò mai abbastanza la mia prof di inglese per avermelo fatto leggere e per aver OBBLIGATO la mia classe a vedere il film a suo tempo. Inciso doveroso, scusatemi.)

Pattinare, dicevo, in mezzo ad una strada che si percorre solitamente in auto o al massimo in bici per giunta senza pericolo di venire investiti, dà la sensazione di rivincita sul mezzo motorizzato. La prima cosa cui ho pensato è stato il periodo della cosiddetta Austerity (esterofili come siamo, non potevamo certo mettergli nome “austerità”, perché in inglese l’impatto è meno forte, fa chic e non impegna) dei primi anni 70. Le domeniche senz’auto erano un sogno, il genio italico si scatenò nel proporre per un giorno, i più assurdi e stravaganti mezzi di trasporto (calessi, tricicli, tandem, monopattini, di tutto) per poi dimenticarsene il giorno dopo e tornare alla scatola di lamiera puzzolente. Come allora, quello che mi ha colpito stamattina è stato il silenzio. Potevo sentire la gente che parlava, gli atleti che si chiamavano, il gracchiare dei walkie-talkie del servizio d’ordine, il rumore delle rotelle dei pattini sull’asfalto. Con il mare color grigio acciaio alla mia sinistra e brandelli di pineta alla mia destra, notavo anche che l’aria era diversa: non era il solito cocktail benzene/ossigeno/polvere/fritturina di pesce ma l’odore del mare, quello che ci piace tanto a noi che siamo nati lontani da esso e che appena lo avvertiamo, ci viene quasi da piangere per quanto è buono.

Avevo deciso di fermarmi all’altezza della nave di Cascella, ma l’occasione era troppo ghiotta: quando mai mi ricapiterà? E così via fino alla fine della riviera fino al Ponte del Mare e ritorno, in mezzo ai maratoneti, alcuni peraltro molto pittoreschi (una sgarambona biondo platino alta quasi due metri in pantaloncini e canotta di raso bianco, orecchie di coniglio in testa e codina di pelo sul popò). In piazza, grande festa, premiazioni a nastro, pasta party senza soluzione di continuità, bella gente dappertutto, atmosfera rilassata e gioiosa. E non finisce qui: c’era anche una banda di smandrappati che regalava abbracci alle sbigottite signore impaludate nel tailleurino rosa confetto della domenica.

abbracci

Poi, dopo che il servizio scopa (tranquilli, non è una cosa porno) ha recuperato l’ultimo concorrente, è ricominciata la colonna sonora usuale, motori, traffico, casino. L’incantesimo è finito. Ma nel mentre che è durato, è stato bellissimo.

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