Pattini d’Argento

9 agosto 2011 – Ognuno ha le sue. Alcune sono innocenti, altre sono pericolose, o al contrario innocue, altre ancora immorali (dipende però dai punti di vista). Mi riferisco alle piccole – o grandi – perversioni o, se preferite, alle fissazioni.

La mia è per gli sport. Mi piace praticarli, seguirli in tv, dal vivo, leggere le gesta epiche di atleti e campioni del passato e del presente. Se per un bizzarro twist of fate, non fossi stata ammessa alla Scuola Interpreti di Trieste, avrei sicuramente frequentato l’ISEF. Chissà, magari adesso sarei una ricercatissima e pagatissima personal trainer invece di una sfigatissima (tutto in –issima) segretaria fucktotum il cui compito più arduo è mettere le crocette sui fogli presenza di una masnada di microcefali senza pollice opponibile.

L’ultima fissa sportiva in ordine di tempo riguarda i pattini.

Mi sono sempre piaciuti, i pattini. Il primo paio furono i GIOCA allungabili, con le ruotine di gomma nera dura, la cinghietta in cuoio alla caviglia e la chiusura sulla punta con i lacci come quelli delle scarpe. Facevano un rumore di ferraglia e dopo un po’ che ci andavi sentivi un formicolìo ai piedi. Quando il pattino non si poté più allungare per raggiunti limiti di calzatura, fu un giorno tristissimo. Mi azzardai a chiederne un paio di nuovi, ma senza risposta. Chi ha avuto dieci anni nel 1975 e dintorni sa bene che i regali andavano meritati. Mica come adesso, che i bambini chiamano il Telefono Azzurro se mamma nega loro l’aumento della paghetta per ricaricare l’iphone. Comunque, tornando ai pattini, era chiaro che non li meritavo. Fine della questione.

Poi arrivò lo skateboard bellissimo della K2 con il quale scorrazzavo felice nel centro di Abano a terrorizzare gli anziani ospiti teutonici in cerca di relax e pace. Correre sulle rotelle è un po’ come volare, sei un po’ alta da terra e con poca spinta fai tanta strada. Favoloso. Finché non trovi la pietrolina maledetta che fa intoppare la ruota davanti e così ti ritrovi distesa a pelle di leone, con le ginocchia grattugiate e i palmi delle mani che riportano il pattern dell’asfalto in tridimensionale. Vabbè, fa parte del gioco. Siamo sopravvissuti anche a questo.

Poi, dopo anni di quiescenza, il pattino si è evoluto, è diventato “in linea” e l’antica fiamma si è risvegliata in me. E dato che a Pescara c’è una bella pista di pattinaggio, perché non cercare di sfruttarla, magari abbinandoci un corso per imparare ad andarci con più sicurezza? Detto e fatto.

Ho preso contatti con un’associazione sportiva e ho iniziato immediatamente. Mi era stato detto che venivano organizzati corsi per bambini, ragazzi e adulti. Le prime due categorie sono, com’è comprensibile, affollatissime, mentre la terza è composta da un solo elemento: la sottoscritta. In realtà c’era anche un’altra tizia mia coetanea, quando ho iniziato, ma dopo due lezioni si è eclissata. E quindi, poiché l’età (mia) si avvicina pericolosamente al mezzo secolo e il colore della chioma tradisce il passare delle primavere, mi sono autodefinita “Pattini D’Argento”. E così sono entrata di diritto in questo microcosmo fatto di rotelle, ginocchiere, cuscinetti, codici ABEC, ginocchia sbucciate, denti rotti, gare e garette. Il sottobosco che lo circonda meriterebbe una trattazione sociologica a parte. Ci sono i dirigenti sportivi, persone che si sobbarcano tutta la parte logistica dell’attività senza battere ciglio, fanno fronte alle mille difficoltà che nascono quotidianamente, visto che in Italia esiste un solo sport (il calcio) e per gli sport cosiddetti minori non rimane niente, né in termini di visibilità né tantomeno economici. Ci sono gli istruttori, ragazzi appassionati che mettono tanta energia in quello che fanno e sono dotati di una pazienza infinita; ci sono i bambini, che sono meravigliosi nella loro assoluta mancanza di senso del pericolo, si lanciano come palle di cannone in pista senza curarsi delle conseguenze. E poi ci sono loro, i genitori.

Sul genitore italico che accompagna il/la figlio/a a qualsiasi attività sportiva si potrebbe scrivere non una, ma un paio di Treccani e ancora sarebbe poco. La stragrande maggioranza di questi genitori sono mamme, che trascorrono l’ora e mezza di allenamento dei figli a spettegolare della vicina, a parlar male delle maestre dei figli oppure a giocherellare col cellulare quando non sono impegnate in conversazioni fluviali con qualcuno che non ha diritto di replica in quanto la conversazione avviene solo in un senso. In Abruzzo si dice che una che parla così “non sputa mai”. Come potrebbe?

Oppure ci sono le mamme iper-schizzate che mollano un pargolo al pattinaggio, lasciandolo solo al suo destino (questi sono i bimbi più autonomi, si devono accudire da soli, da grandi diventeranno imprenditori e capitani d’industria) perché con l’auto in seconda fila devono volare via da un’altra parte a riprendere un altro pargolo che attende speranzoso alla piscina all’altro capo della città.

Quelli però che muovono a compassione sono i padri. Si muovono in questo gineceo con aria sperduta e meravigliata, come a dire: quanta gente (di sesso femminile) vive al di fuori delle pareti di un ufficio. Di solito sono imbranatissimi, impiegano le mezz’ore ad infilare i pattini ai figli, si perdono le ginocchiere, scambiano polsiere per gomitiere, si imbrattano le mani del moccio del moccioso (appunto) e con le stesse mani fanno altre dieci cose (tutte male). Dopo che hanno finito di “allestire” il pargolo, si accasciano senza forze sulla seduta delle gradinate e con sguardo catatonico e assente fanno finta di ammirare le evoluzioni dell’aspirante pattinatore. Nemmeno avessero scalato l’Everest con le infradito. Di solito i maschi adulti non fanno il classico capannello come le madri, ognuno se ne sta per i cazzi propri a pensare alla rata del mutuo o se e quando tromberà. Una sola volta ho visto, inspiegabilmente, tutti i maschi presenti addossati alla ringhiera che circonda la pista, quasi come i meccanici della Ferrari ammassati al muretto come all’ultimo giro al GP di Montecarlo. Poi (forse) ho capito perché.

Chi non mi conosce personalmente, sappia che la sottoscritta occupa la posizione appena sopra al gradino “CESSO” della scala della bellezza muliebre. Non è mai stato un problema, esserne consapevoli aiuta a vivere meglio e soprattutto sprona ad affinare altri talenti che possono tornare utili in seguito. Inutile combatterla, la scarsa avvenenza: come ha detto qualcuno, la bellezza è effimera ma la bruttezza ti accompagna per sempre. Quindi…

Per tornare al pattinaggio, quel giorno, ero stata costretta ad indossare – causa mancanza di tute pulite – l’unica cosa rimasta nell’armadio, una tuta intera nera piuttosto aderente, per cui ero slanciata e flessuosa come una mortadella a lutto stretto. All’inizio avevo la felpa sopra, ma dopo i giri di riscaldamento, sentivo caldo e ho tolto sia la felpa che la t-shirt, e sono rimasta con la tuta che ha la parte di sopra a canottiera. Dopo tre giri di esercizi eseguiti con grande impegno (sono una schiappa in tutto quello che faccio, ma negli sport mi impegno alla grande), i maschi si sono assiepati uno a fianco all’altro, con un’ariata fintamente non curante. Mancava solo che facessero la ola. Il che la dice lunga sul livello ormonale dei presenti con cromosoma XY. Lì per lì non ci ho fatto caso, ma poi mi sono resa conto che gli sguardi mi seguivano per tutto il perimetro del palazzetto e mi sono accorta che davo (indegno) spettacolo, mi sono vergognata come un cane e ovviamente, sono immediatamente caduta come un sacco di patate.

Da allora, vado sempre a pattinare, perché è un’attività divertente, bella e rilassante, ma faccio in modo di avere una bella tuta abbondante e pulita di ricambio. Sempre.

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