Nuttata persa e citila femmina – Pèrdare ea mussa e anca e sesanta lire

12 marzo 2012 – Se c’è una cosa che mi fa andare in bestia, quella è sprecare il mio tempo. Il più delle volte riesco ad impegnarlo discretamente, ma ci sono occasioni in cui prendo cantonate favolose, come mercoledì scorso.

Una libreria indipendente della città in cui vivo ha organizzato una presentazione di un saggio sulla battaglia di Vienna del 1683, Jan Sobieski, trattato di Karlowitz e compagnia cantando. Bene, mi sono detta, cambiamo un po’ ambito letterario: basta con le poesie pop, basta con i romanzi sperimentali, basta con la fiction. Addentriamoci in un ambito più serio ma pur sempre interessante.

Alle 19.00, orario (presunto) di inizio dell’incontro, circola una strana fauna nella libreria, gente che solitamente non vedo alle presentazioni che seguo io: vecchie babbione impellicciate, signori impaludati in azzurrini loden montiani, bizzarri chaperon overweight e fortemente bisognosi di doccia-shampo-lavanderia, pochissimi ragazzi (poi ho capito perché) e la sottoscritta. Che si sente, mi si passi l’espressione “like a spare prick at a wedding”. Tutto attorno a me è un frullio di mani che si stringono e uno schioccare di baci dati all’aria accompagnati da “Carisssssssssimo/a…. Che piacere!” Tutti conoscono tutti, tranne me. Sono una perfetta imbucata. Più che una presentazione aperta al pubblico, mi sembra di essermi infilata in una riunione di un qualche circolo esclusivo.

Al tavolo degli oratori prendono posto tre personaggi: l’Editore, il Trombone_1 e il Trombone_2, questi ultimi professori universitari. Apprendo con disappunto che l’autore, insigne storico con i controzebedei, si trova a Teramo, dove ha tenuto una lezione, ma “sta per arrivare”. Nel frattempo, l’Editore ne approfitta per presentare l’ultimo numero della rivista culturale in uscita. Bene, dico, parlare di cultura è sempre una buona cosa. Gravissimo errore di valutazione da parte mia e primo leggero giramento di cabasisi, perché l’Editore lascia la parola al Trombone_1 che introduce in generale, seppur con qualche inutile appesantimento, i contenuti della rivista. Nel frattempo si erano fatte le 19.40 e dell’autore nessuna traccia. Il Trombone_1 termina il suo discorso e l’Editore commette l’errore imperdonabile di passare il microfono al Trombone_2, che inizia un pippone interminabile a braccio, inserendo, assoltamente ad cazzum, i seguenti argomenti: il metodo induttivo, il metodo empirico, la tv spazzatura, l’intellettuale di rango e il presenzialista da talk show, doxa ed epistéme, la prima intesa come opinione e la seconda come oscuro termine dialettale locale (“Auà, li si vischte a episteme, mandimane?” “None, ni li so vischte, a epistete”) e via sproloquiando. I ragazzi delle ultime file, probabilmente studenti dei Tromboni, hanno uno sguardo rapito ed estatico, ma sono quasi sicura che stiano dormendo. Quando il Trombone_2 nomina incautamente Vespa e i suoi plastici, sigillo le orecchie e mi immergo nella lettura di un racconto di Flannery O’Connor (“Il geranio”, 15 pagine di assoluta perfezione narrativa – è sempre buona cosa avere un tascabile in borsa, non si sa mai) in attesa dell’arrivo dell’autore. Anche le babbione al mio fianco danno segni di insofferenza, una addirittura si mette a cazzeggiare col telefonino. Alle ore 20.10 finalmente arriva il professore che si scusa per il ritardo e si prepara a parlare, ma non lo può fare, perché il Trombone_2, anziché chiudere con i suoi vaneggiamenti, continua imperterrito a parlare, nonostante gli inviti dell’Editore e del Trombone_1 a tirare le somme. Però a quel punto, ormai le 20.20, la mia pazienza è finita e con i cabasisi che girano come fan coil me ne vado, col risultato che a) ho rinfrescato la memoria su quanto possano essere accademici, pesanti e inutili i Tromboni b) non ho seguito la cosa che più mi interessava per la quale avevo investito il mio tempo c) ad alleviare questa tortura c’era Flannery O’Connor (almeno lei) d) non saprò mai se il croissant è stato inventato dai pasticcieri viennesi per celebrare lo scampato pericolo. Se Kara Mustafa avesse sconfitto le truppe della Lega Santa, oggi faremmo colazione con cappuccino e crocifisso?

Se questo è il modo per invogliare la gente a leggere, non c’è da meravigliarsi se in Italia i libri non si vendono…

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