Forever Vespa

21 gennaio 2009 – Nel 1976 avevo undici anni e tre desideri; andare a Londra, imparare l’inglese e possedere una Vespa.

Il primo desiderio si avverò esattamente dieci anni più tardi, quando per motivi di studio ero finalmente riuscita ad estorcere ai miei genitori il permesso di uscire da sola dai patri confini. Ma ormai gran parte della mia infatuazione per quella città era svanito: la visitai come una capitale qualsiasi, senza quella curiosità un po’ provinciale di verificare se veramente gli inglesi fanno la fila per qualsiasi cosa oppure se veramente usano un solo aggettivo (lovely) per definire una gamma di elementi tra i più eterogenei, dalla giornata di sole al porridge, dal centrino fatto a mano da zia Philippa al concerto della Royal Philamonic Orchestra.

Per placare il secondo desiderio i miei mi avevano regalato, forse a parziale compensazione del veto assoluto di andare a Londra, Il libro delle canzoni dei Beatles, con il quale poter approfondire la conoscenza della lingua. Per me è stato meglio del dizionario di Hazon (e sicuramente più divertente) e anche se l’inglese lo continuo a studiare, posso dire che anche questo desiderio è stato archiviato: se non mi credete, chiedetemi il testo di A Day in The Life oppure Tomorrow Never Knows (troppo facile chiedere Yesterday, che la conoscono tutti, tranne il povero Troisi).

Per la Vespa ci volle un po’.

Il 1976 fu anche l’anno di uscita della Vespa ET3 “Primavera”, ma mi mancavano ancora tre anni prima di poter guidare un qualsiasi mezzo a motore. Non mi rimaneva altro da fare che accarezzare con lo sguardo le proporzioni perfette e sinuose della Primavera e, in seconda battuta, le forme ugualmente attraenti e affascinanti di Oreste, il vicino di casa più grande di me che tutti giorni prendeva lo scooter per andare a prendere la mia amica Angelica, di poco più grande di me e già fornita di rotondi airbag anteriori. (Giusto per completezza dell’informazione, per Oreste io ero trasparente come una vetrata e lui aveva occhi solo per la mia amica, alla quale faceva fare i giretti con la Vespa con l’unico scopo poi, di testare personalmente la resistenza degli ammortizzatori anteriori della prosperosa fanciulla).

Seguì un periodo di paziente attesa e a quattordici anni e un minuto di età, partii a testa bassa con la “richiesta di motorizzazione” che produsse, dopo sfiancanti trattative, solo un “Ciao” sul quale, comunque, ho trascorso le ore più felici della mia adolescenza, scorrazzando spensierata e in totale libertà.
Ma l’occhio e il cuore si fermavano sempre sulla linea elegante della “Primavera”. (Nel frattempo Oreste si era trasferito in un’altra città e Angelica aveva presto capito che l’interesse del bel vicino nei suoi confronti era dovuto a tempeste ormonali puberali e non ad un vero interessamento).
A quel tempo volevo la Vespa perché era più comoda, era più “seria” e più “moto” del Ciao (che altro non era che una bici col motore). Solo dopo molti anni capii che il fascino di questo scooter deriva dal fatto di essere un’icona dello stile italiano, un pezzo della nostra storia, un mezzo con cui esprimere la propria voglia di libertà, insomma il massimo che si potesse desiderare concentrato su due ruote.
E io non l’avevo.
Con un motorino a disposizione, non avevo motivo per chiedere un upgrade di cilindrata: per gli adolescenti della mia generazione i regali andavano “meritati” e una richiesta del genere sarebbe stata accolta con un bel ceffone a mano aperta – la cosiddetta “cinquina” – e via a letto senza cena.
In sella al Ciao ero felice, ma sognavo la Vespa.

Durante il periodo universitario giravo coi mezzi pubblici, efficienti ed economici come solo a Trieste possono essere. Di conseguenza non c’era nessun pretesto per chiedere lo scooter dei miei sogni, anche perché studiare fuori casa era costoso e sinceramente non avrei mai chiesto ai miei altri sacrifici. Ma avrei accettato di dormire sotto i portici in Piazza Borsa, coperta di cartoni e giornali vecchi pur di avere il modello di allora, l’intramontabile Vespone. Quando lo vedevo sfrecciare sulla litoranea, di fronte a Miramare, lo seguivo con lo sguardo immaginando destinazione lontane.

Poi arrivò il lavoro e l’indipendenza economica ma il pensiero fisso era sempre lì che aspettava il momento giusto. E che stava quasi per arrivare, sotto forma di Vespa ET4. Mi piaceva molto – come dubitarne – ma aveva un leggero difetto: costava troppo per il mio budget di allora.
Per placare la mia sete di scooter, acquistai un Metropolis di seconda mano: fu un errore, un grosso errore, dal quale però ho capito una cosa di importanza fondamentale, che da allora mi accompagna nelle scelte della vita: mai accontentarsi dei surrogati. Se veramente vuoi una cosa, impegnati al massimo per averla, ma se proprio non riesci ad ottenerla, non accontentarti di un facsimile: avrai sempre davanti a te una brutta copia di quello che avresti voluto e che non hai, una specie di costante promemoria del tuo fallimento. In questi casi rinunciare è meno doloroso che accontentarsi.

E’ passato qualche anno, ho cambiato diverse case, una quantità imprecisata di lavori, un numero (molto) limitato di fidanzati ma l’amore per la Vespa continua immutato. Ventisette anni dopo la “Primavera”, è uscita la Granturismo. Osservandola dal concessionario, con occhi meravigliati, mi chiedevo come fosse stato possibile migliorare una cosa che era già nata perfetta.
Questa volta un pizzico di fortuna e il sacrificio dello scooter di mio marito mi hanno permesso di esaudire, dopo soli ventisette anni, anche il terzo dei desideri che tenevo nel mio cassetto di undicenne.

Adesso sono pronta a ripartire con altri progetti: ad esempio, andare a Londra in Vespa (non mi dispiacerebbe affatto), con l’iPod sparato nelle orecchie che suona “roll up, roll up for the mystery tour”.

 

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