Bella “dentro”

23 aprile 2012 – Qualcuno ha detto che la bellezza è effimera e la bruttezza ti accompagna per sempre: secondo me è vero. Sono fondamenta su cui puoi costruire con sicurezza una vita intera. Ed è anche un gran risparmio di tempo, visto che è inutile sprecare tempo ed energie per cercare di intrappolare qualcosa che è, di per sé, fuggevole. Magari cambia, la bellezza, si trasforma in qualcosa di più sofisticato oppure più particolare, ma non la puoi congelare per sempre. Se sei brutto, questi problemi nemmeno ti sfiorano: hai un sacco di tempo libero che puoi utilizzare per cose intelligenti, tipo leggere, fare sport, vedere gli amici, dedicarti agli hobby oppure anche non fare ungaz e grattarti la panza, solo per il gusto di farlo. Non hai l’ansia di conservare una cosa che non hai mai avuto, mentre il/la bello/a (che è sempre narciso) soffre il calendario in modo più evidente.

Dico questo adesso, a quarantasette anni appena suonati, età in cui niente o quasi mi scalfisce, ma quando ero adolescente un po’ ne soffrivo, di questa bruttezza ostinata e tenace come una pianta d’edera. Perché, tra l’altro, noi cesse, oltre a essere diversamente avvenenti e possedere la carica erotica di una zucchina lessa dimenticata in frigo da quindici giorni, siamo anche cretine, in quanto ci scegliamo come amiche le più strafighe in circolazione. A scuola è successo alle elementari (bionda e boccolosa, occhi azzurri e sguardo dolce e birichino, una Shirley Temple veneta), alle medie (mora, pelle diafana, sguardo maledetto e aria tremendamente sexy anche a dodici anni, una Anjelica Houston in fieri), al liceo (capelli biondo miele lunghi fino al sedere, fisico per-fet-to, occhi azzurri, la copia più bella di Margaux Hemingway).

Insomma, una specie di maledizione: “Lonza, le tue amiche saranno sempre delle gnocche esagerate, inviate dal Divino a far risaltare per contrappasso la tua fisionomia lombrosiana”, mi sembrava di sentire, ogni tanto, nel silenzio delle mie notti adolescenziali. All’Università, eravamo quasi tutte femmine, però lì la sindrome da brutto anatroccolo non è stata un problema, in quanto i pochi maschi erano al 90% gay militanti e quel 10% che rimaneva, in pratica donava il proprio corpo in beneficenza. Per questi maschi ONLUS, l’offerta era tanta e tale che prima di smaltire tutto l’arretrato della categoria bellone e di arrivare alla mia, ho fatto a tempo a fare tutti gli esami (41, più i finali, più la tesi), laurearmi e a trovare lavoro. Poco male, quindi, anche perché all’università ero talmente presa dallo studio che non pensavo a molto altro: tutto sommato, una piccola tregua. Che si è interrotta, manco a dirlo, sul luogo del mio primo lavoro importante (una gazzella con gambe lunghe come pertiche, occhi scuri e una cascata di riccioli perfetti su un viso abbronzato naturalmente – dopodiché mi sono rotta le scatole ho lavorato solo in aziende ad alto tasso testosteronico assolutamente prive di colleghe femmine).

I maschi poi, su questa cosa della bruttezza, ci mettono sopra il carico a coppe: qual è il loro solito commento su una ragazza brutta? “È un “tipo”. (Sottotesto: se la suddetta andasse in giro con un burqa, i bambini per strada non si metterebbero a piangere quando la vedono). Oppure, c’è chi vuole fare il filosofo e dice “È bella dentro” che in altre parole significa che non solo il “di fuori” fa schifo, ma quel poco di bello che c’è è ben nascosto, a meno che non sia un radiologo che fa il complimento.

Però la settimana scorsa mi sono presa la mia piccola rivincita.

Sono andata a fare un’ecografia addominale completa per un controllo e, devo dire, ero un po’ preoccupata, come sempre quando si ha a che fare con dottori, ospedali ed esami. Quando è arrivato il mio turno, le due dottoresse ecografe hanno chiuso le porte, abbassato le luci e le tapparelle (mi sono preoccupata ancora di più, di questi tempi va a sapere con chi hai a che fare, magari erano due assassine seriali), mi hanno fatto stendere su un lettino, alzare la camicia e una di queste ha iniziato a passare una specie di scanner manuale cicciotto sulla mia panza. L’altra dottoressa invece era alla scrivania, intenta alle sue scartoffie. Ad un certo punto, la prima chiama la seconda e le dice, con tono incolore: “Vieni a vedere”. Io mi sono cagata sotto (forse anche in senso NON figurato) mentre entrambe fissavano il monitor senza dire niente. Secondi (che mi sono parsi ere geologiche) di silenzio e sguardi attenti delle due. Stavo per svenire dalla strizza quando una esclama: “Ahhh, bellissima! e poi … guarda qui, ahh da manuale! guarda qua, perfetto”. In pratica stavano elogiando i miei organi interni: milza, fegato, reni, colecisti. Insomma, mi hanno fatto i complimenti! Se mai ci fosse un concorso di bellezza per organi interni, sarei sicuramente eletta Miss Milza. Peccato che in ambulatorio non ci fossero stati tutti quei ragazzetti per i quali mi struggevo alle medie e al liceo e per i quali ero addirittura trasparente, nemmeno bella “dentro”!

Ma non importa, il tempo è galantuomo e prima o poi, una piccola soddisfazione arriva per tutti. Anche per noi cesse, ormai felici e appagate, che dopo aver avuto avuto la conferma ufficiale di essere belle “dentro”, ci sentiamo tali anche “fuori”. Con buona pace delle (ex) bellone.

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