Mode da cani e cani di moda

Quando ero adolescente, nel Veneto post-rurale e pre-leghista, il tipico cane da compagnia era di pura razza “pajarina”, ovvero “cane da pagliaio”, o per meglio dire un bel bastardino. Si chiamava sempre Fufi (una effe sola, noi veneti abbiamo un eterno conto in sospeso con le doppie) ed era solitamente intelligentissimo, con l’argento vivo addosso e una fame atavica pressoché inestinguibile: il dono più bello che un bambino potesse ricevere. Alla domanda “di che razza è” si rispondeva “bastardo”, senza alcuna accezione negativa, prima che l’orrenda usanza di rendere tutto più politically correct lo facesse diventare “meticcio” o peggio ancora, “cane macedonia”.

Chi voleva darsi un tono, si prendeva un cocker oppure gli sboroni sceglievano il pastore tedesco, il nec plus ultra – per quei tempi – della classe canina. L’ondata dei “Lassie” , che poi sono i collie, si era di molto ammortizzata, forse perché i telefilm con il collie più amato erano già  andati nel dimenticatoio, mentre il fascino del “cane lupo” teneva botta.

Ad un certo punto, però, non si sa bene come ma soprattutto perché, la moda dei cani comincia a cambiare. Razze mai viste (e sentite) prima iniziano a prendere piede, ops, zampa, cosa che getta nel panico la gente comune. La prima avvisaglia di ciò fu, ormai più di vent’anni fa,  il cane di una vicina di casa, uno shih-tzu femmina dal profetico nome di Bitch. Mia mamma la ribattezzò subito “Bici”, il che diede adito a una serie infinita di esilaranti malintesi e giochi di parole, (“indove xe ea Bici?” chiede la genitrice. “Dal mecanico!”. Attimo di silenzio e poi: “ma no ea va dal veterinario come tuti i altri can?”) il tutto al netto del significato inglese di Bitch, che mia madre ancora ignora, ma che sicuramente ha intuito, considerando che dopo pochi mesi dall’arrivo, il vicinato si era impestato di meticci metà shih-tzu e metà di tutte le razze del circondario. Nomen, omen.

Gli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano portarono, dopo il dobermann e il Yorkshire terrier, il Siberian husky, cane che in effetti ha una sua utilità, ma che in Italia viene esibito in spiaggia con temperature più adatte a un dromedario che a un cane da slitta. Quanti ne ho visti, con la lingua sciarpata e gli occhioni azzurri che si liquefacevano come un cubetto di ghiaccio al sole. L’unico husky felice di cui ho memoria è (stato) Freddo detto Bamba, di proprietà di una mia amica dei tempi dell’università: durante l’ondata di gelo siberiano del 1986, quando persino la laguna di Venezia si gelò, lui dormiva fuori, beato, in un buco scavato nella neve, con la bora a 120 km/h. Inoltre, Bamba passò alla storia per aver pisciato con fragore equino in aula magna della facoltà, cosa che molti studenti avrebbero sognato di fare, per puro sfregio nei confronti del corpo docente.

Dagli anni Novanta in poi c’è stata un’accelerazione paurosa dell’offerta delle razze, tanto che, la conditio sine qua non per possedere un cane, non è più l’amore per gli animali, la voglia o necessità di compagnia o quello che volete voi, ma… conoscere le lingue! (in particolare l’inglese). Passo ad un esempio concreto.

Mio cognato si è preso un West Island White Terrier, per gli amici “westie”. La notizia ci fu comunicata per telefono da mia suocera, la quale, per spiegare la razza, disse lapidaria: “è nu canucc’ ghiangh”. Da West Island eccetera a canucc’ ghiangh passa un universo e un gap linguistico-generazionale praticamente incolmabili. Ad incasinare ulteriormente le cose, come se ce ne fosse bisogno, il West Island White Terrier si chiama Matthias, nome tedesco e abbreviazione di una ben più lunga sfilza di nomi e patronimici, al cui confronto il Principe di Galles può essere equiparato a un trovatello dei Quartieri Spagnoli. Lo stesso dicasi per il Cavalier King Charles Spaniel, Chesapeake Bay Retriever, il Welsh Corgi Pembroke e via di questo passo. Ma tutto ciò è anche un indicatore che il proprietario di cane italico ha perso la sua innocenza. Ormai il bastardino è irrimediabilmente fuori moda e bisogna essere à la page anche in ambiente canino. Questa cosa mi dà da pensare, mi sembra che ci vogliamo elevare socialmente attraverso i nostri amici a quattro zampe, noi che in passato siamo stati invasi pressochè da tutti, noi che abbiamo nel nostro DNA tutta l’Europa e mezzo Nordafrica, adesso facciamo i sofistici e usiamo i cani per darci un tono. Ma perché, un bastardino non è affettuoso come un blasonato dalmata oppure a un aristocratico setter irlandese?

La decadenza delle razze canine (e di pari passo, della razza italica) è emblematica nel carlino, il cui corpo mi fa venire in mente la flessuosità di una scatola da scarpe e il muso la suddetta scatola però caduta “di spigolo” da altezza considerevole. La colpa di questa diffusione capillare del carlino è imputabile a Marina Ripa di Meana, che ha fatto di Prugna e Mandarino due icone del cafonal italico. Solo questo fatto sarebbe sufficiente per praticare la sterilizzazione di massa per questa razza. Qualche anno fa, durante una settimana verde in Trentino, nella stanza accanto alla nostra c’era una coppia “agée” proprietaria di un carlino, ma noi non lo sapevamo. La prima sera, con la finestra aperta a godere del fresco, sentivamo rantolii e soffi da film porno provenienti dalla camera adiacente: possibile che i due anziani ci dessero dentro così vigorosamente? A cena, però il mistero fu svelato: ad ansimare non erano gli ospiti umani, ma l’ospite canino, che per la cronaca si chiamava Carletto (lo giuro, posso produrre testimoni a favore).

Tuttavia esiste anche qualcosa di peggio (se si può)  del carlino: il boule dogue francese. Ignoravo l’esistenza di questa razza fino a quando una parente se ne prese uno. A me piacciono molto gli animali, li trovo tutti speciali e mi intenerisco per cuccioli di ogni sorta, anche per i piccoli di coccodrillo, ma il boule dogue francese è così sfigato che mi mette un’angoscia tale che mi viene da piangere. Il boule dogue è il risultato di una copulazione orgiastica tra un pipistrello, un maialino e un compressore da gommista. Ma questo non sarebbe niente, se fosse sano: macchè, è anche delicato di salute. Oltre ad avere palatoschisi, disturbi respiratori, digestivi e dermatologici, questi cani puzzano come fogne di Calcutta ed emettono scoregge che lèvati. Ma i cosiddetti “selezionatori”, che caspita combinano? Ci entrano già ubriachi in laboratorio oppure distillano liquidi pericolosi direttamente in loco?

Ma al di là delle razze, della bellezza (che come ben si sa, è negli occhi di chi guarda) e della moda, la cosa che più mi colpisce è che loro, i nostri amici cani amano i loro padroni senza controllarne prima l’albero genealogico, in modo incondizionato e con una devozione spesso commovente, anche se, a volte, a giudicare da quello che si vede e si sente per tutto l’anno e specialmente prima di partire per le vacanze, i veri e autentici bastardi sono quelli che di zampe ne hanno solo due.

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